|
|
Masters of Horror
|
John Carpenter John Landis Joe Dante Dario Argento Tobe Hooper John McNaughton Stuart Gordon Mick Garris William Malone Larry Cohen Lucky McKee Takashi MiikeDon Coscarelli
In questo cineocchio:
Jenifer, di Dario Argento
Con: S. Weber, C. Fleming
+
Deer Woman – Leggenda assassina, di John Landis
Con: B. Benben, A. Griffith
e
Imprint e Haeckel's Tale di Takeshi Miike e John McNaughton
|
 |
Nei prossimi numeri di studiocinema.net, l'incubo continua: Homecoming di Joe Dante, e Cigarette Burns di John Carpenter.
Nel frattempo visitate il sito: www.mastersofhorror.net
Ma, più ancora, leggete l'articolo sul RAVENNA NIGHTMARE FEST 2006 durante il quale sono stati proiettati alcuni episodi della serie. |



|
Un esperimento eccezionale: i Masters of Horror
Quelli più fortunati hanno un amico americano con un videoregistratore. E se li sono fatti registrare. O sono dotati di pazienza, soldi da spendere e una dipendenza da Amazon (e un lettore dvd che legge anche la zona 1). Altri li hanno trovati e scaricati (mi piacerebbe sapere dove e quando, però).
I meno fortunati invece hanno spulciato tutti i siti e le riviste del settore per mesi, con ansia e desiderio crescenti, nell’attesa di diventare come quei fortunati che, beati loro, li hanno potuti VEDERE.
Adesso però anche i meno fortunati (o perlomeno, quelli di loro che hanno fatto l’abbonamento a Sky e i loro supplichevoli amici) sono riusciti nell’impresa di assistere all’esperimento più interessante della storia del cinema horror: i Masters of Horror. Ciclo di 12 episodi prodotti (nel 2005) per la televisione americana da Tom Rowe, Mick Garris, Lisa Richardson e la "Nice Guy", e messi in onda dal canale satellitare Showtime; diretto, ognuno, da un regista specializzato nel genere horror. Unica prerogativa: tutto l’orrore possibile, nel tentativo di scoprire davvero cosa fa paura.
Poco importa che si tratti di un prodotto televisivo; niente censura, niente moralismi, solo il cinema horror creato dai maestri, quelli che l’hanno creato come prodotto sfruttabile, quelli che ne hanno mostrato il lato tragico, quelli che hanno fatto horror e parodia di esso, insomma quelli che hanno fatto, dell’horror, il genere che tutt’ora tiene in piedi l’industria del cinema americano.
La scelta è caduta sui soliti grandi: John Carpenter. John Landis. Joe Dante. Dario Argento, Tobe Hooper. John McNaughton. E su alcuni “grandi lavoratori” del settore ma poco noti: Stuart Gordon, Mick Garris (anche ideatore del progetto), William Malone, Larry Cohen e Lucky McKee. Sul giapponese Takashi Miike, specializzato in stranezze, e su Don Coscarelli, geniale sconosciuto.
A ognuno è stato commissionato un film della durata di circa 1 ora, basato su una storia e con una messa in scena che, inizialmente, pareva non dover subire alcun freno. In seguito la Showtime ha inserito nel contratto una clausola che poneva il veto su due cose: il nudo frontale maschile (del resto il pubblico dell’horror preferisce, si sa, i nudi femminili) e l’atto violento perpetrato da un bambino su un altro bambino (ma la violenza di un adulto su un bambino e quella di un bambino ai danni di un adulto va bene). Tutto il resto era accettato e accettabile. Dario Argento, nella breve apparizione precedente la messa in onda del proprio episodio su Sky, ha proclamato che i produttori gli hanno chiesto tutta la violenza e tutto il sangue di cui era capace. Argento, commosso dalla richiesta, ha deciso di premiarli con l’uno, con l’altra, e con un sacco di sesso in mezzo.
A oggi Sky ha mostrato 4 episodi della serie: Jenifer di Dario Argento, Deer Woman di John Landis, Homecoming di Joe Dante, Cigarette Burns di John Carpenter. Non li abbiamo ancora visti tutti e 4 (li abbiamo registrati…), ma ne abbiamo visti due: Jenifer e Deer Woman.
Jenifer, di Dario Argento
Con: S. Weber, C. Fleming
(in onda SkyMax il 3 giugno 2007)
Alzi la mano chi pensa che Dario Argento sappia ancora quel che fa. Vogliamo vederli in faccia. Jenifer è da annoverare all’interno di quella categoria di film horror che usa, come mezzo per generare il terrore o il disgusto, il rapporto col sesso. Ha la stessa indelicatezza di Trouble Every Day di Claire Denis, ma non è un film francese, e non c’è Vincent Gallo.
Immerso nella provincia americana grigia e compassata Frank Spivey, poliziotto capace e apparentemente integro, si lascia irretire da una giovane indifesa, Jenifer: un corpo bellissimo e un viso mostruoso, sfigurato. Jenifer seduce il poliziotto. Jenifer sbrana un gatto, la piccola vicina di casa, poi il padrone di un circo. Ciononostante Frank è attratto dalla donna tanto da allontanarsi, insieme a lei, dalla vita normale. Ma la coppia mostruosa non è destinata a durare; portato alla follia, Frank si avvia ad un triste finale.
Non siamo stati sconvolti tanto dall’associazione sesso-cannibalismo. Anzi. Siamo sconvolti dalla banalità della messa in scena. Dario Argento ha dichiarato di esser attratto dall’idea del “sesso con la bestia”: cosa farebbe un uomo comune se incontrasse una bionda disponibile, con due belle tette, un volto sfigurato tanto da non avere più sembianze umane e l’hobby del cannibalismo? Lo stimolo sessuale è più forte di quello morale? In realtà non è questo il problema: il problema è che la Bella e la Bestia, come stratagemma narrativo non funziona. Se l’antitesi va sempre a dimostrare l’umanità intrinseca della Bestia, in questo caso la bestialità investe la totalità del personaggio. E la Bella diventa burattino a causa del potere sessuale della donna sull’uomo. Ma in realtà il vero problema è: c’è ancora il bisogno di parlare di queste cose? La messa in scena è patetica, i dialoghi al limite della parodia, la storia prevedibile in ogni momento. E indovinate un po’ ? Il finale è ancora peggio.
Deer Woman – Leggenda assassina, di John Landis
Con: B. Benben, A. Griffith
(in onda su SkyMax il 10 giugno 2007)
“A Londra, nell’ 81, una serie di brutali aggressioni fu collegata ad un lupo mostruoso che poi fu abbattuto vicino a Piccadilly Circus!”.
John Landis è un mito. Un lupo mannaro americano a Londra è un mito. E dopo Jenifer eravamo terrorizzati. Forse è per questo che ci siamo piacevolmente stupiti di trovarci di fronte a un piccolo capolavoro horror vecchio stile: Deer Woman. Un serie di assassinii sconvolge una tranquilla cittadina americana. I cadaveri, solo uomini, vengono ritrovati massacrati, e con impronte di zoccolo di cervo. Il detective Dwight Faraday, titolare della sezione “Problemi con gli animali”, ex detective della omicidi, intuisce la singolarità degli eventi e indaga sulla leggenda indiana di una donna-cervo (gambe di cervo, busto e viso di donna) che seduce con la sua bellezza gli uomini per poi ucciderli. Tutti lo prendono in giro. Ma la donna-cervo esiste davvero.
Landis è riuscito a creare un horror davvero singolare; thriller, commedia nera e sexploitation tutt’insieme. La donna cervo non parla: seduce gli uomini con lo sguardo, li porta in una camera d’albergo, si sbottona la camicetta e poi gli dà una zoccolata in faccia. Sorprendiamo il detective a immaginare, sdraiato sul letto, le più improbabili delle situazioni: ragazza carina e vestita succinta seduce camionista, poi tira fuori dalla borsetta una zampa di cervo e lo colpisce. Stessa ragazza carina seduce stesso camionista, poi arriva un cervo imbalsamato e con lo sguardo vitreo lo terrorizza, riprende vita e lo colpisce. E’ un susseguirsi di gag al limite tra l’immaginazione (del detective), la simil-realtà (durante l’autopsia sono state trovate davvero tracce di cervo sui cadaveri) e il gusto per il parodico (dell’autore). Il ragionamento deduttivo, l’indagine attraverso la quale di solito il detective di turno scopre l’assassino, si svolge in questo caso come un gioco: inventiamoci tutte le cazzate possibili che possano giustificare l’incontro di tre fattori come 1) una bella donna 2) un omicidio 3) tracce di cervo. Si può? Si può. E per quanto le basi sembrino, da questo racconto, deboli, in realtà a metà dell’episodio si è già caduti nella trappola grazie al ricorso all’ipotetico soprannaturale: la classica leggenda indiana. Il detective insieme ad un collega va a cena in un vero e proprio luna park di stramberie: un casinò a tema indiano, con tanto di cibo indiano, cameriere vestite da indiane e indiani vari che passeggiano per il locale tra lustrini, giacche scamosciate con le frange e slot machines. Uno di questi sente per caso i due che parlano degli omicidi e racconta che sì, la donna cervo esiste. Si tratta di un’antica credenza che per tradizione racconta di una donna dalla bellezza sconvolgente che compare ciclicamente sulla terra, seduce, uccide e poi sparisce di nuovo. E la leggenda indiana, si sa, è sempre plausibile. Siamo più o meno sempre disposti ad accettare che una civiltà antica e selvaggia, con culti legati alla Natura, distrutta dagli inglesi cattivi e bacchettoni, la sapesse lunga sul paranormale. E del resto, se seppellendo i morti in un cimitero indiano essi possono tornare in vita...
Comunque: stai ridendo e un attimo dopo sei nella rete sapiente di John Landis, e hai voglia di credere che (eventualmente molto lontano da te, in America magari) esistano donne con belle tette e zampe di cervo al posto delle gambe. E se sei diciamo non bello ma simpatico, e una donna dalla bellezza non comune che non dice una parola ti fa capire che salirebbe volentieri in camera con te, allora sei tornato, come da copione, nelle maglie dell’horror perché avrai paura. Assicurato.
Ma si tratta della paura vecchio stile, quella dei vecchi mostri (tipo, non so, il mostro della palude misteriosa?), perché John Landis è un nostalgico: e non si assiste agli effetti speciali dei film horror del nuovo millennio, con i particolari raccapriccianti e il sangue dappertutto, col ritmo appesantito dalla meticolosa serietà di tutti quegli autori di horror che hanno bisogno di scioccare per far parlare di sé. Lo scambio geniale è: sostituire la serietà con l’ironia. Alleggeriamo la presa, facciamoli ridere, poi facciamogli paura e esorcizziamo tale paura, per ricordare com’era avere 10 anni e essere terrorizzati da una faccia quadrata con 2 viti infilate nelle tempie.
Imprint e Haeckel's Tale
Al Ravenna Nightmare Festival 2006 abbiamo visto altri due episodi: Imprint di Miike Takashi, e Haeckel’s Tale di John McNaughton.
Per quanto riguarda Imprint, nella breve recensione realizzata in occasione del Ravenna Nightmare, abbiamo ricordato come la violenza inflitta sul corpo delle donne ricordi (e non sia) la body art. E’ da questa violenza che Takashi Miike tira fuori le stranezze di cui è maestro. Non è normale il modo in cui la violenza colpisce i corpi, in questo film. Non vogliamo dire che altre violenze possano essere considerate normali, ma certamente meno perverse di quelle che vediamo in questo breve film, che è come una sorta di sussidiario di come si può colpire e ferire un corpo sfogando le più deviate fantasie. Ancora una volta tocca ricordare i film horror del nuovo millennio. Pure lì troviamo violenze sadiche e distorte, ma riescono ad assumere il significato che assumono in questo film. “Assumere un significato” vuol dire essere rappresentate come un tutt’uno con la storia che, in Imprint, è feroce tanto quanto ciò che vediamo. Un giornalista americano cerca la ragazza di cui è innamorato da tempo su un’isola del Giappone. L’unico rifugio in cui può riposare è un bordello. Trascorre la notte con una donna e impara quale tipo di violenza e malattia possono scaturire dal semplice ricordare i morti, o dall’invadente disturbare il loro sonno.
Haeckel’s Tale di John McNaughton è invece la più riuscita commistione tra il sesso e gli zombi. Abbiamo visto i Porno Zombi, ma, è chiarissimo, non dobbiamo prenderlo sul serio. Haeckel’s Tale racconta di una donna, ancora follemente innamorata del marito, defunto, e delle sue fughe notturne verso quello che la eccita e la soddisfa maggiormente: il sesso con il marito, sopra la sua tomba. Una donna tiene in pugno uno zombi con il suo corpo. La storia è raccontata da un’anziana signora che vive pacificamente con alcuni morti viventi, e li comanda. Ancora una volta la donna tiene testa all’uomo. Come in Jenifer. Ma ora l’uomo è lo zombie, la creatura cannibale tornata dall’aldilà; e nel nostro immaginario lo zombie è un essere di cui avere paura, che qui diventa però un piccolo animale che la donna controlla (in virtù del proprio sesso, o semplicemente del fatto di essere stato un corpo desiderabile, e di possedere un carisma superiore) senza la necessità di sparargli un colpo in testa. Per gli zombi di John McNaughton non ritorna la morte dopo la morte, ma solo il sonno ai piedi di una femmina, giovane o vecchia che sia.
Nei prossimi numeri di studiocinema, il vostro incubo continua con i Maestri del cinema horror: Homecoming di Joe Dante, e Cigarette Burns di John Carpenter.
www.mastersofhorror.net
Arturo
|
|
|
|
|