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La ragazza che sapeva troppo

Regia: Mario Bava
Soggetto e sceneggiatura: Ennio de Concini, Sergio Corbucci, Eliana de Sabata (collaborazione di Mario Bava, Mino Guerrini, Franco Prosperi)
Interpreti: Leticía Román, John Saxon, Valentina Cortese, Dante Di Paolo, Giovanni Di Benedetto

Fotografia: Mario Bava
Operatore: Ubaldo Terzano
Montaggio: Mario Serandrei
Scenografia: Giorgio Giovannini
Musiche: Roberto Nicolosi


La giovane americana Nora Davis, appassionata lettrice di libri gialli, giunge in vacanza a Roma ospite dell’amica di famiglia Ethel. Nella città capitolina assisterà a un omicidio e, nel tentativo di far luce sul mistero, vivrà una serie di eventi che minacceranno la sua stessa vita.






È Mario Bava a battere il primo ciak del thriller all’italiana con questo piccolo film prodotto da Alfredo Leone per la Galatea, casa di produzione italiana alla quale Bava, con il suo innegabile “geniaccio”, aveva salvato diversi film, completando le riprese o risolvendo problemi tecnici che, senza il suo intervento, avrebbero causato spese enormi.
Per ringraziarlo, nel 1975, Alfredo Leone proporrà una versione rimontata, e del tutto fuori da ogni grazia di Dio, di Lisa e il diavolo (1972), intitolandola La casa dell’esorcismo per sfruttare il successo ottenuto ai botteghini da L’esorcista di William Friedkin, film del 1973: spesso i produttori italiani si comportavano come veri e propri corsari, pronti a rimaneggiare un film solo per cavalcare l’onda di un facile successo.
La ragazza che sapeva troppo contiene alcuni topos del cinema giallo italiano portato al successo da Dario Argento con L’uccello dalle piume di cristallo: la protagonista testimone di un delitto, le situazioni che si succedono senza una vera e propria logica, l’assassino che agisce spinto dalla follia, la città come spazio inquietante, l’elemento rosa a stemperare la tensione del dramma.
Quella narrata è la storia di una giovane turista americana che arriva a Roma come ospite di un’anziana amica di famiglia.
Fin dall’inizio, è tutto un susseguirsi di sventure e di eventi inquietanti.
I titoli di testa scorrono sul volo di un aereo, mentre la colonna sonora propone un brano di Adriano Celentano (Furore).
Una voce narrante ci introduce all’interno dell’aereo e ci fa conoscere la protagonista della storia, l’americana Nora Davis intenta a leggere un libro giallo dal titolo The Knife. Il tipo viscido che le siede accanto le offre una sigaretta, poi tutto il pacchetto, dicendo che ne ha altri. A Fiumicino, l’uomo viene arrestato dalla polizia per spaccio di sigarette alla marijuana davanti all’interdetta Nora che cerca, senza successo, di liberarsi del “dono” dello sconosciuto.
Da questo momento, il pacchetto di sigarette passa in secondo piano perché Nora, giunta a casa della vecchia e malata Ethel, è subito presa da altri eventi: infatti, quella notte stessa, Ethel muore di morte naturale davanti alla giovane che tenta invano di rintracciare il dottor Marcello Bassi, conosciuto poco prima a casa di Ethel.
Così, Nora esce di casa per cercare aiuto, viene derubata sulle scale di Trinità dei Monti e sviene per una botta alla testa.
Si risveglia lentamente e con sguardo annebbiato (reso da Bava con l’effetto flou) vede una donna pugnalata cadere a terra, un uomo trascinarla via. Sviene di nuovo. La pioggia lava via ogni traccia.
All’alba, un uomo di cui non vediamo il volto ma solo i vestiti la soccorre facendole bere un cordiale e scappa subito all’arrivo di un poliziotto che la crede svenuta per ubriachezza.
Da questo momento Nora, convinta di aver assistito a un omicidio reale e spinta dagli eventi, cerca attorno a sé gli indizi che possano spiegare quanto ha visto e risolvere l’enigma dell’omicidio.

Il film mescola non troppo abilmente gli elementi gialli a quelli rosa: spesso le parentesi da commedia turistica sembrano un po’ fuori luogo e, anziché rimanere delle parentesi volte ad alleggerire il soggetto morboso, distolgono dal flusso ansiogeno della trama principale.
Tuttavia, la storia si dipana con efficacia, grazie anche alla sceneggiatura scritta da Ennio de Concini (assieme ad altri), scrittore e grande sceneggiatore capace di passare con successo attraverso generi completamente diversi (Le fatiche di Ercole, Il grido, Divorzio all’italiana, La maschera del demonio, Un maledetto imbroglio), scomparso pochi giorni fa.
Bava realizzò il film dopo un periodo difficile di stanchezza ed esaurimento, e non lo considerò mai come uno dei suoi film migliori, dicendo di averlo girato fondamentalmente per soldi.
Ma il suo tocco è geniale e le trovate registiche, le angolazioni della macchina da presa, il sublime uso delle luci, la profondità di campo, i movimenti di macchina in fluidi piani sequenza sono senza dubbio quanto di meglio il cinema di genere italiano ci ha offerto. Questi elementi puramente filmici, assieme alle suggestioni della storia narrata, non troveranno subito degli epigoni come era accaduto per il western di Sergio Leone, ma a partire dal film di Dario Argento diverranno elementi topici di una pagina felice della nostra cinematografia.

Senza dire troppo della trama, devo segnalare il fatto che l’edizione italiana è alquanto differente da quella per il mercato americano, giudicata migliore da molti critici e cinefili. Cambia la colonna sonora, ci sono alcune scene aggiuntive e, soprattutto, il finale è diverso: molto più graffiante, con quel tocco di amaro sarcasmo di cui Mario Bava ha dato spesso dimostrazione (un esempio su tutti, il finale di Reazione a catena).

 

Antonella Angeli (aangeli@email.it)

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