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Grande action movie di ambientazione bellica salito agli onori della ribalta grazie a Quentin Tarantino (foto 4) che, lungi dal realizzare un remake (ultima foto) tout court, ha tratto dal film di Castellari lo schema narrativo per elaborare un film ricco di riferimenti importanti.
Castellari, di cui abbiamo già parlato per Il cittadino si ribella e Il grande Racket, è un altro di quei geniacci italiani che ha fatto film di ogni genere, lasciando ben visibile il marchio di uno stile personale quanto mai “internazionale”.
La pratica acquisita nella fucina del padre Marino Girolami, l’abitudine di montare il girato della giornata tutte le sere, il gusto per la composizione architettonica dell’inquadratura: tutto fa di lui un grande della regia.
Pochi i capolavori, ma tutti film da vedere e rivedere.
Anche Quel maledetto treno blindato non è un film perfetto, anzi molti lo hanno giudicato bruttino e privo di senso.
Diceva Sergio Leone (in una intervista pubblicata nel castorino a lui dedicato): “Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. (…) Poi, dietro questo spettacolo, si può suggerire tutto quello che si vuole: attualità, politica, critica sociale, ideologia. Ma bisogna farlo senza imporre, senza prevaricare, senza obbligare la gente a subire”.
Ecco: qui siamo al cospetto di un film d’azione che funziona bene, ad uno spettacolo ben riuscito per quanto non perfetto.
Il disgusto verso la guerra non nasce tanto dagli eventi, quanto dai personaggi: tratteggiati con toni grotteschi, stilizzati in caricature di persone che sembrano umane ma sono solo rifiuti malnati della società civile.
Il montaggio è l’elemento più apprezzabile del film e denota una scelta consapevole dei tempi (ellissi, ponti sonori, raccordi, avvicendamenti) e dei piani (campi lunghi, profondità di campo, primissimi piani) della visione.
Ci sono soprattutto campi lunghi e inquadrature dense di elementi profilmici.
La sceneggiatura si avvale di dialoghi sferzanti e battute spassose (quelle di Nick Colasanti).
Dalle parole più che dai gesti, i soldati americani rivelano la loro natura bastarda: vili e privi di senso etico, sono del tutto incapaci di sentirsi uniti dalla stessa divisa, tanto che l’unico personaggio consapevole dell’orrore della guerra è il tedesco Adolf che, forse, quella morte improvvisa se la va a cercare come se si trattasse di una liberazione.
Gli altri soldati, tedeschi e americani, sono solo macchine da guerra, automi privi di personalità o infervorati da assurde ideologie.
Il gioco dei travestimenti è fondamentale per lo svolgersi della trama.
Un mascheramento continuo che fa pensare ad una recita dentro la recita: sarà interessante vedere come Tarantino riprenderà il gioco delle maschere mescolandolo/trasformandolo con riferimenti più alti, come il Lubitsch di To Be Or Not To Be (Castellari, invece, sfrutta il travestimento come pura molla dell’azione).
L’assalto al treno finale è un capolavoro di montaggio.
I modellini del treno fanno un po’ pena, ma di soldi per il cinema, qua in Italia, non se ne spendono!
…o meglio…se sei l’intellettuale impegnato (pardon: engagé)…beh, allora…lo Stato qualche soldo te lo può anche dare…magari esercitando un pochino pochetto di censura preventiva…nascosta percarità, che nessuno sospetti…come dice? Il film fa cagare? Ma chi se ne frega…il regista è un intellettuale…lo mandiamo al festival…così facciamo vedere al mondo che siamo italiani veri…pizza, pasta, mafia…
Qui, Nick Colasanti avrebbe commentato con un bel “vaffanculo” all’italiana.
Antonella Angeli (aangeli@email.it) |