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Buongiorno, notte

Regia di Marco Bellocchio

Con Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia

Genere: storico

Durata: 105 min.
Origine e anno: Italia 2003

(ri)visti per voi


Un signore coi capelli bianchi si incammina nell’alba di una strada qualsiasi. Il signore è Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, rapito quasi due mesi prima dalle Brigate Rosse. È questa la sconcertante conclusione di Buongiorno, notte, il nuovo film di Marco Bellocchio.









Vediamo i preparativi del rapimento, la trasformazione dell’appartamento in covo-prigione, il trasferimento del rapito dentro una cassa di legno, i lunghi “interrogatori”, le estenuanti, inutili trattative con le Istituzioni... Ma soprattutto la vita quotidiana dentro quel luogo assurdo, fatta di turni di guardia, lunghi silenzi, penombre squallide, e vediamo gli sguardi che Chiara, la carceriera di Moro, posa sul prigioniero attraverso uno spioncino sulla parete. La giovane protagonista, anche in seguito alle conversazioni con un ragazzo conosciuto al lavoro, Enzo, matura dei dubbi sulla lotta armata, fino a prendere la decisione di liberare il recluso.
Chiara sogna, in fondo è questa l’unica cosa che fa in tutto il film. E così si accavallano nella sua mente analogie inusitate e associazioni azzardate: i cinegiornali della Russia di Stalin, l’uccisione dei partigiani in Paisà, le lettere dei condannati a morte della Resistenza, che fanno da contrappunto a quelle di Moro dopo la condanna annunciata dalle BR. I brigatisti vengono ritratti come paradossali piccolo-borghesi, immersi nella sconcertante banalità della vita quotidiana: preparare la cena, lavare i piatti, badare per qualche minuto il figlio della vicina; e poi i canarini nel piccolo cortile e il divano davanti alla televisione perennemente accesa (la Carrà, Montesano...). Questo appartamento, però, diventa ben presto la prigione degli stessi brigatisti, autoreclusi (non a caso Chiara veste «come una suora», dice Enzo) e di fatto costretti a vivere assieme a un prigioniero che li sconvolge con la sua calma.
Bellocchio condisce il tutto con ottime zampate surrealiste, come la sceneggiatura dattiloscritta – dal titolo Buongiorno, notte – che i rapitori trovano nella borsa dello statista, o come la sfuggente architettura dell’improvvisato nascondiglio, che non viene mai del tutto svelata e che a tratti sembra addirittura “impossibile” come un delirio di Escher. La fotografia del fidato Pasquale Mari, fatta di luci e ombre avvolgenti, un chiaroscuro davvero da antologia, sottolinea efficacemente le coraggiose scelte stilistiche del regista piacentino. Fra cui ricordiamo la sequenza dell’ascensore: le porte scorrevoli si aprono e si chiudono su persone che si allontanano terrorizzate da una macchina da presa che sembra in soggettiva. Lo spettatore realizza solo alla fine della sequenza il motivo di tanto spavento: la stella a cinque punte delle BR, disegnata su una parete dell’ascensore, che Enzo è l’unico ad affrontare, quasi con candore, spezzando una sorta di incantesimo e svelando così allo spettatore ciò che fino ad allora era rimasto fuori campo.
Si è fatto – e giustamente – un gran parlare del cast di questo film, a cominciare da Roberto Herlitzka: grande, nel tratteggiare un Moro emblema di dolorosa figura paterna. Però  consiglio di recuperare Il caso Moro (1986), film certo non eccelso, dal taglio eccessivamente piatto e documentaristico, persino un po’ televisivo, però scrupoloso, preciso, e forte di un gruppo di attori azzeccatissimo. A cominciare naturalmente da Gian Maria Volonté – immenso come sempre – nel ruolo dello statista; Mattia Sbragia nella parte di Mario Moretti, più “duro” di Luigi Lo Cascio, che ha offerto prove migliori. Non ultima, Enrica Modugno nei panni della carceriera: aspetto dimesso, una donnetta insomma, più indovinata della troppo bella e intensa Maya Sansa, vedremo poi perché.

Trattare un episodio cruento, cruciale per la vita del Paese e per la vita private di molte persone come fosse fantapolitica è lecito, e anzi è un punto di forza più che di debolezza, sottolinea il coraggio della fantasia di un regista che a sessantaquattro anni ha ancora tanto da dire, e lo vuole fare in totale libertà («Devo inventarmi qualcosa di nuovo, di “falso”, di “infedele”»), come testimonia tutta la sua produzione, compreso anche il suo film precedente, il bellissimo L’ora di religione. Però, però. E i conti che non tornano, i depistaggi, i misteri, la P2, le pagine più nere della nostra repubblica, legate a filo doppio col rapimento del presidente DC? Bellocchio butta tutto a mare. Via le inchieste scomode, L’affaire Moro di Sciascia e i libri di Sergio Flamigni. E, soprattutto, rinuncia programmaticamente a ogni pretesa – e anche a ogni preoccupazione – di attinenza alla realtà dei fatti. Va benissimo raccontare la vicenda Moro mostrando il rapito che viene liberato, anzi è una zampata visionaria e carica di significati, persino commovente. Tutto questo, però, vale se lo spettatore tiene ben presente la realtà storica, se per esempio sa che Moro fu ucciso al termine di quei 55 giorni, che i brigatisti non erano quattro disgraziati isolati dal mondo, convinti di continuare la lotta partigiana. Perché ormai lo sappiamo: ben poco di tutta quella vicenda può essere spiegato senza il ruolo inquietante dei servizi segreti, italiani e stranieri.
Per non parlare, naturalmente, del plauso (assai sospetto) da parte di molti spettatori non proprio – come dire? – disinteressati, quelli del “no, il complotto no”, a partire da Giuliano Ferrara, che ha scioccamente sentenziato con il suo cinismo fintointelligente «finalmente ora i giovani sapranno che a uccidere Moro sono state le Brigate Rosse».
Rimane da dire che il film è tratto da Il prigioniero, libro-intervista in cui Anna Laura Braghetti, la (vera) carceriera di Moro, racconta quei giorni. Ovviamente in maniera “intimistica”, sia mai che un/una brigatista, invece che raccontare le proprie emozioni, ci raccontasse o almeno provasse a raccontare finalmente i fatti, accidenti, senza le reticenze e le plateali menzogne di cui quei poco convincenti reduci si sono resi colpevoli, facendo così il gioco (ma: volenti, o nolenti?) di quell’odiato Stato borghese e fascista che si illudevano di combattere. E sarà il caso di aggiungere, a mo’ di promemoria, che la Braghetti – teniamo a ricordarlo: personaggio miserabile e losco, costei e, per quanto secondario e in ombra, emblema di quanto di peggio furono le BR – era allora ben lontana dal presunto pentimento e dalla dissociazione, se è vero che dopo pochi anni la ritroviamo di nuovo “in attività”, ad ammazzare come un cane il professor Vittorio Bachelet, sulle scale della Sapienza, a Roma. Ecco come la crudeltà del reale e della storia (quella vera) si rifà sulla pur necessaria vitalità dell’arte.

Emiliano Ceredi (parolacinema@hotmail.com)

Questa recensione è uscita anche sul mensile "La parola", rivista organo dell'omonima associazione, pubblicata dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio.

Leggi l'altro cineocchio: Buongiorno notte. I pugni in tasca, i sognatori fuori, a cura di Mario Vetrone




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