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È finito il Natale. Per gli appassionati di cinema, tra i soliti film animati per i più piccoli e i film con De Sica e Pieraccioni per i più mentecatti, solo un film ha rappresentato lo spirito natalizio nella sua vera essenza: A Christmas Carol di Robert Zemeckis. E se nelle “vasche” lungo le vie principali di città avete trovato una libreria, accanto al solito libro di Bruno Vespa e alle milioni di copie di libri su vampiri redenti e belle vergini attratte dal lato oscuro, ci sarà stato sicuramente il classico racconto che Charles Dickens scrisse nel lontano 1843.
Questo Natale, finalmente, ha portato sugli schermi cinematografici un film di Natale: il nuovo film di Robert Zemeckis realizzato con la tecnica della performance capture utilizzata già nei precedenti Polar Express e Beowulf, dove attori in carne ed ossa danno espressività e movimento alle loro “trasfigurazioni” digitali.
Nel caso in cui non si conoscesse la storia, questo film è la versione più fedele del racconto rispetto ai vari adattamenti che ne sono stati fatti nel corso del tempo e può quindi introdurre al recupero del testo.
A Christmas Carol è un breve racconto di Charles Dickens che Robert Zemeckis riprende con rispetto, mantenendone trama, dialoghi e atmosfere, da quella dark tipica di una storia di fantasmi, a quella edificante propria dell’autore di David Copperfield, Oliver Twist, Grandi Speranze, ecc.
Dickens sognava una società migliore, più giusta nei confronti delle classi povere, e quale momento dell’anno è più indicato del Natale per comunicare il proprio ideale filantropico?
Non una critica sociologica, ma un morality play moderno che porta il protagonista attraverso le stazioni/apparizioni che gli cambieranno la vita.
Il racconto del vecchio taccagno Ebenezer Scrooge che viene visitato dai tre fantasmi del Natale passato, presente e futuro, e che ritrova in sé non solo lo spirito del Natale, ma il senso della vita stessa, è un racconto che sembra nato per essere messo in immagini.
A questo proposito, se si è visto almeno una delle precedenti trasposizioni del racconto (e si segnala in particolare Scrooge. La più bella storia di Dickens di Ronald Neame con il grande Albert Finney, del 1970), si noterà una sorta di filiazione iconografica che non può derivare solo dalle descrizioni dickensiane: infatti, molti particolari scenografici vengono dalle illustrazioni della prima edizione del libro realizzate da John Leech.
Dialoghi, suggestioni, atmosfere: le corrispondenze con il narrato sono evidenti. Manca l’ironia dickensiana, sostituita da alcuni momenti ilari in un film altrimenti cupo e a tratti spaventevole, almeno fino al finale colmo di redenzione e felicità.
L’unica sequenza non tratta dal racconto è quella introduttiva che mostra la deposizione nella bara del vecchio collega Marley, molto efficace ed esplicativa.
Poiché è un film realizzato in 3D con la tecnica di ripresa performance capture, gli effetti di sfondamento dello schermo verso lo spettatore sono moltiplicati ma non eccessivi come si potrebbe pensare, e occupano soprattutto il finale con l’inseguimento della carrozza nera e con il terzo “ombroso” fantasma dalle lunghe dita.
Quanto agli interpreti, se si eccettua Robin Wright Penn (forse per mio difetto), tutti sono riconoscibili nella loro forma digitale che ne rispetta le fisionomie per quel che può e ne accentua i tic, le smorfie, l’intensità di sguardo.
Jim Carrey nei panni di Scrooge (piccolo, giovane, adulto ed anziano) è perfetto, ma magnifico è nei panni dei tre spiriti del Natale, e dimostra di essere un attore versatile di rare capacità.
Co-protagonista nei panni di Jacob Marley, Bob Cratchit, Tim Cratchit, c’è Gary Oldman, che ormai non deve dimostrare niente a nessuno.
La regia è avvincente ed elegante: un occhio attento noterà alcune autocitazioni.
Antonella Angeli (aangeli@email.it) |