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La figura del cattivo nell’immaginario cinematografico
Autori: Marcello Gagliani Caputo, Sergio Gualandi e Andrea Salacone
Morpheo Edizioni, 2007
18 euro
Leggi la recensione di Giacomo Sacchetti
1. Di Giovanni Modica
Certi libri si incentrano su tematiche di così largo raggio e su personaggi talmente accattivanti da dare l’impressione che gli autori abbiano cominciato a scriverli quasi per gioco, più con divertimento che con fatica. E nella maggior parte dei casi è proprio l’impressione giusta: c’è sempre chi scrive di un personaggio noto per puro gioco, magari con l’idea di guadagnarci chissà quanto.
La ormai consolidata Morpheo di Piacenza si è voluta distinguere da queste furbizie editoriali da bancone di cassa riguardanti i divi e i rispettivi ruoli con libri fatti NON SOLO con divertimento (indispensabile!), ma anche con competenza e vero impegno (la fatica forse no, quando c’è passione non si può davvero chiamare così...). Quando la voluta leggerezza del tema si coniuga all’impegno e allo slancio, ecco che l’apparente gioco giunge a diventare lo stesso gioco di tantissime persone con gli stessi gusti. La differenza viene notata, ed ecco presentarsi ai nostri occhi il successo di “BAD BOYS - LA FIGURA DEL CATTIVO NELL’IMMAGINARIO CINEMATOGRAFICO”.
Se gli specialisti Marcello Gagliani Caputo, Sergio Gualandi e Andrea Salacone abbiano realmente iniziato questo loro lavoro per gioco non lo sappiamo, ma dalle loro pagine traspare un tale divertimento nel passare in rassegna i loro incredibili personaggi, da trasmetterci l’idea che abbiano dato del loro meglio nella rilassatezza più totale. O forse proprio grazie ad essa. I libri più interessanti non nascono mai sotto stress, nemmeno quelli d’argomento difficile. Forse Gagliani Caputo-Gualandi-Salacone hanno volutamente lanciato una piccola sfida a tutti quei libri di semplici elenchi, quasi dei dizionarietti peraltro lacunosi e senza ordine logico, che traboccano nelle librerie e vendono solo grazie a una bella copertina e fotografie patinate in grande formato.
Saltando dall’editoria al cinema vero e proprio, mi viene in mente la celebre frase di uno sceneggiatore che disse: “Sì, è vero, ho passato notti insonni per riuscire a venir fuori da uno script difficile… Ma le migliori sceneggiature sono quelle che mi sono DIVERTITO a creare, e il bello è che ci ho messo anche meno tempo!”. In breve, quest’opera di Gagliani Caputo, Gualandi & Salacone trasmette un’enorme freschezza e sincerità di intenti, e ci apre le porte a fatti e dettagli che nessuno dei succitati ‘elenchi’ avrebbe mai potuto inserire.
Tratto comune dei tre autori è lo stile, caratterizzato da un’omogeneità che diluisce il nozionismo biografico in una forma scorrevole di tipo narrativo.
Volendo scegliere un momento esemplare dalla selezione di Gagliani Caputo, sorprendente è la parte dedicata a Peter Lorre, l’attore (non tedesco come si crede ma ungherese) che ha dato vita alla più spiazzante – per l’epoca – figura di assassino consapevole e afflitto da un insospettato complesso di colpa in “M” di Friz Lang. Ancora lontano dai rei confessi autocompiaciuti di oggi, il suo mostro è moralmente ambiguo e sincero quanto basta a lasciare interdetto il pubblico, che si ritrova scisso tra la compassione per uno psicopatico prigioniero di se stesso e la repulsa non solo per i suoi orrendi crimini, ma anche per il tono sentenzioso con cui giudica i criminali ‘classici’, non vittime di patologie ma assassini per scelta ragionata. L’affondo (il termine mi pare adeguato) psicologico del film e gli interrogativi che suscita vengono evidenziati da Gagliani Caputo colpendo direttamente nel segno, senza le ipocrisie di sorta a cui si presta un’analisi del genere.
Riguardo alla parte curata da Salacone, sono rimasto colpito dalle sue rivelazioni sulla vita di Klaus Kinski, un uomo il cui carattere disturbato era dovuto non da capricci di divo come si crede ma ad un vissuto drammatico, se non tragico, nel periodo bellico. Un’analisi lucida e distaccata, quella di Salacone, libera da ogni pregiudizio positivo o negativo, fatto abbastanza raro quando si parla di personaggi eccessivi come, appunto, Kinski. Saggiamente l’autore sceglie di riportare l’immagine dell’attore ad una dimensione più realistica ed umana, a costo di toglierlo dall’aura di mito maledetto che giova alla sua memoria in modo fuorviante, a causa dell’accostamento ad altre icone del ‘genio-e-sregolatezza’ dello spettacolo (come, nella musica Jim Morrison) che in realtà gli sono molto distanti. Salacone parla dell’uomo e dell’artista, ed è proprio questa la funzione del critico: evitare di alimentare certi furori creati dal giornalismo.
Diversa, all’interno del libro, è stata la funzione di Gualandi, e ciò per due motivi: l’autore, scegliendo (tra gli altri) un mostro sacro come Robert De Niro, ha deciso di parlare di un nome il cui immaginario non è legato ai ruoli da cattivo (nel volume abbiamo Robert Mitchum, Jack Nicholson, Glenn Close, Kathy Bates, Anthony Hopkins, Kevin Spacey, Vincent Price e Christopher Lee) o quantomeno da un ruolo preciso da cattivo (binomi indissolubili quelli di Mitchum-Max Cady, Lee-Dracula, Hopkins-Lecter, Nicholson-Torrance). De Niro evoca di tutto, dal sassofonista di New York New York all’ossessionato tassista di Taxi Driver. Gualandi ha voluto così pescare nell’‘angolo buio’ di una leggenda.
La seconda particolarità è stata la mirabile opera di sintesi in poche pagine - piuttosto difficile a farsi - di tutti i cattivi della titanica filmografia dell’attore-regista.
Un volume quanto mai trasversale, questo del citato terzetto di critici, con la più ricca carrellata di miti del noir, di eroi negativi e di cattivi maestri mai comparsa sulle stampe italiane. Coma avrete notato, ce n’è per tutti i gusti, di ogni genere e nazione, dal lestofante accorto del noir anni 40 allo psicopatico puro degli ultimi anni, dal poliziesco all’orrore, dal fantasy al ‘cult’.
Un libro da ombrellone? Certamente si tratta anche di questo, sennò che libro popolare sarebbe? Ma non da un ombrellone qualsiasi: bensì rigorosamente da CINEFILO (un ombrellone d’onore, secondo la mia visione).
Giovanni Modica (modica@iperbole.bo.it) ***
2. Ventinove attori e cinque attrici di Giacomo Sacchetti
“Più è riuscito il cattivo, più riuscito sarà il film”: Hitchcock diceva che l’esito del film dipende direttamente dai risultati raggiunti nella costruzione del personaggio cattivo al suo interno; la grandezza del film è direttamente proporzionale alla grandezza del cattivo.
L’ordine cronologico nell’analisi degli attori che hanno interpretato figure malvage al cinema: dagli anni ’30 e ’40 fino al nuovo millennio.
L’indagine nei meandri della storia cattiva del cinema, delle sue psicologie malate e delle sue violenze, condotta a partire dai nomi degli attori e dei personaggi che hanno interpretato.
Questi i punti di partenza di Bad Boys, scritto a sei mani da Marcello Gagliani Caputo, Sergio Gualandi e Andrea Salacone.
La struttura data alla spiegazione è forte, molto stabile. Ed è molto didascalica, in modo assolutamente originale. “Didascalica” è in questo caso un complimento, perché significa aver scelto un ottimo modo per indagare un mondo molto vasto, andando a scovare titoli “nascosti”. La prima impressione che si ha infilando il naso nell’indice è questa: una divisione efficace dei capitoli, e una sorprendente scelta di attori e film.
I nomi sono scelti sia tra i più noti volti del cinema cattivo (Max Schreck, Bela Lugosi, Anthony Perkins, Jack Nicholson..) sia tra quelli meno conosciuti (Conrad Veidt, Jason Isaacs..); lo stesso si può dire per i titoli delle pellicole (Nosferatu, Dracula, Psycho, Shining a Il gabinetto del Dottor Caligari). E’ per questo, innanzitutto, che bisogna riconoscere il valore di questo libro: lo spaziare tra volti e film noti e meno noti, raggiungendo un alto grado di analisi, tanto puntigliosa quanto rapida (per forza di cose) ed efficace. La filmografia al termine di ogni capitolo, e al termine della vita filmica di ciascun attore cattivo, completa una ricerca preziosa e appassionante, tanto dal punto di vista del lettore, quanto (immagino) da quello degli scrittori. Le filmografie permettono infatti di focalizzare quanto quell’attore è stato cattivo nella sua carriera, quanto gli è piaciuto fare parte di un mondo malvagio, quanto lo sentiva suo, quanto vi si immedesimava.
Non è possibile passare in rassegna tutti gli attori, ma è possibile citare i "preferiti". Una scelta soggettiva, perché ogni personaggio, e ogni attore, scatenano l’immaginario legato e nascosto dietro alle icone e alle storie. La catena dei ricordi e delle emozioni suscitate è soggettiva, le possibilità di sorprendersi a ricordare una sequenza piuttosto che un’altra, un fotogramma o un primo piano piuttosto che un altro sono moltissime, perché altrettanti sono stati i cattivi al cinema e altrettante le persone che vi sono appassionate. E’ più facile immedesimarsi nel personaggio buono, ma è più bello e divertente stare dalla parte del cattivo, perché tanto è solo cinema. E’ finzione, molto spesso. Quando non lo è certamente più difficile parteggiare per il cattivo, anch se risulta indubbiamente molto affascinanante. E tra gli esempi migliori di cattivi affascinanti c’è il Voldemort di Harry Potter (Ralph Fiennes in Harry Potter e il Calice di Fuoco e Harry Potter e l’Ordine della Fenice, rispettivamente nel 2005 e nel 2007, e alle pagine 291 e 292 nel capitolo “Ralph Fiennes: il Fascino del Male”).
Sorprendente l’analisi della carriera da cattivo di John Travolta, nel capitolo “John Travolta: le mie gambe ballano da sole”, così come quella di Kevin Spacey nella parte di John Doe in Seven (1995).
Robert Englund, ha vestito i panni del cattivissimo in molti film, ma indimenticabili sono le movenze, i vestiti, le risate e l’ironia di Freddy Krueger nell’infinita serie di Nightmare, grande idea di Wes Craven. “Più riuscito è il cattivo, più riuscito sarà il film”. Nightmare-Dal profondo della notte (1984), il primo episodio, ha dato vita a un personaggio e a incubi indimenticabili, a una pellicola molto interessante, per i suoi risvolti splatter, psicologici e tragi-comici. Il tempo li ha segnati, ma la prima volta non si dimentica.
E ancora: Dennis Hopper in Velluto blu di David Lynch (1986) è lo strano e terribile risultato di violenza, stupro e impotenza “visto che usa il pugno per violentare Dorothy” (pag. 150); Robert Mitchum in La morte corre sul fiume (1955) veste i panni del perverso, violento e ascoltatissimo (dagli adulti) reverendo Harry Powell; James Cagney è La furia umana; Conrad Veidt è “l’uomo dagli occhi cattivi” in Il gabinetto del Dottor Caligari.
Altri uomini malvagi dovrebbero essere ricordati, ma non si può non prestare attenzione all’ultimo capitolo del libro, dedicato alle Bad Girls, tanto sexy (le donne cattive sono sempre sexy) quanto sorprendente: Barbara Steele, Bette Davis, Isabelle Huppert, Glenn Close e Kathy Bathes. Ok, Bette Davis e Kathy Bathes non sono decisamente sexy. Ma Jane Hudson (in Che fine ha fatto baby Jane?) e Annie Wilkes (Misery non deve morire) sono ugualmente tra le donne più malvagie mai viste sullo schermo: Annie Wilkes che spezza i piedi a Paul Sheldon, basta ricordare questa scena.
Giacomo Sacchetti (giacomo@studiocinema.net) |