


|
di Andrea Fontana
Casa editrice: Morpheo
18 euro
320 pp.
www.morpheoedizioni.it
La presentazione del volume alla sua uscita e gli altri libri Morpheo Editore
È ormai passato quasi un decennio dai tragici fatti delle Torri Gemelle, e dunque si è in grado di tracciare un bilancio su ciò che in seguito è avvenuto nella cultura americana. Il volume Il cinema americano dopo l’11 settembre ci spinge ad aprire il discorso sgombrando il campo da due possibili equivoci , e ci spieghiamo subito.
Malgrado si sia sempre detto che il passare del tempo porta a una lucidità maggiore, il compito di ricostruire la metabolizzazione filmica di un Paese che è il simbolo stesso del suo prodotto hollywoodiano (e in cui il cinema rappresenta -come si sa- la seconda industria nazionale), resta sempre e comunque delicato.
La seconda doverosa puntualizzazione è di non cadere nel trabocchetto che ci induce a pensare che un’operazione del genere, se fatta da questa parte dell’Oceano, sia più semplice per via di un maggiore distacco e quindi, necessariamente, di una maggiore obiettività e serenità di giudizio.
Al contrario, per un saggista è dura trattare di una tragedia che non ha vissuto immedesimandosi nell’americano medio e cercando di immaginarne le sensazioni. Perché, in simili fattispecie, ogni film è sempre la conseguenza di come una pellicola antecedente ha toccato i nervi scoperti dello spettatore. Si trattava quindi di fare un’analisi partendo da ogni risultato per risalire all’assunto di partenza, che naturalmente era a sua volta l’esito della reazione ad un altro film e così via. Di fronte a un tale dramma storico, il meccanismo causa/effetto fa sì che i due fattori si sovrappongano in maniera particolarmente marcata, dando inoltre luogo a catene che proseguono ancora oggi e proseguiranno in misura minore anche in futuro fino al giorno in cui ci si guarderà indietro con una ritrovata serenità.
Dunque né distanza temporale né culturale ha potuto agevolare il compito del coordinatore (e coautore) del libro Andrea Fontana e dei suoi collaboratori. Il volume, al di là dei suoi intenti, va oltre la saggistica cinematografica e giunge a descrivere una società intera nel pieno dell’elaborazione di un lutto, universalizzandone il senso.
Insomma, Il cinema americano dopo l’11 settembrelo si può quasi considerare un libro di sociologia, oltre che di cinema.
Il progetto di Fontana coinvolge molti nomi per avere una visione il più ampia possibile: Zanello e Venturelli firmano quella che risulta essere molto più di una semplice prefazione, così come gli scritti di Nazzaro, Cama, Fornasiero, Gironi, Levi e Pulsoni risultano essere molto più che semplici interventi, in quanto veri e propri saggi a se stanti.
Un libro necessario soprattutto per capire come sedimenta oggi quella ‘nuova paura’ che fu analizzata solo agli inizi del decennio secondo spinte emotive e basandosi principalmente su un’unica opera presa a simbolo, quel La 25° ora (foto 1) di Spike Lee che, tra l’altro, aveva in se l’argomento dell’11 settembre solamente come sottotrama, pur se visto come una plumbea, quasi inespressa, cappa nel subconscio dei personaggi per tutta la durata del film. All’epoca se ne parlò molto, ma poi subentrò l’inevitabile -apparente- distacco. Pertanto è soprattutto nell’analisi dei film più recenti che il libro di Fontana & co. trova il suo maggiore motivo di essere, nei puntuali collegamenti tra film che vivono in modo indiretto il cambiamento di mentalità: il malessere che, ad esempio, traspare più in Apocalypto (foto 2) di Mel Gibson e in The New World (foto 3) di Terrence Malick che nel più diretto Le Crociate (foto 4) di Ridley Scott, di cui troppo si era parlato anni fa in chiave politica. In particolare, interessantissimo il collegamento operato da Fontana tra i primi due film citati, soprattutto considerando che Apocalypto è stato vissuto dalla maggior parte del pubblico (e la cosa non dispiacque sicuramente al noto Gibson dalla doppia anima) più come un film di avventura e di emozioni forti che come spunto storiografico.
Si accenna anche a incontrovertibili verità politiche che purtroppo non sono state pienamente assorbite da molti, come il riferimento al madornale errore degli USA di avere armato essi stessi la mano di Bin Laden ai tempi delle guerra fredda.
Non mancano utilissime informazioni sul passato cinematografico dei registi che dopo l’11 settembre cambiarono stile o ebbero reazioni imprevedibili (non stupisce il controverso simbolismo ideologico di Sean Penn nel film collettivo a cui prese parte, mentre lascia stupiti la svolta pacata e quasi minimalista del solitamente viscerale Oliver Stone in World Trade Center).
Finalmente un libro non incentrato sull’emozione immediata ma pensato e ponderato sull’onda lunga che il più infausto giorno di settembre del decennio ha generato fino ad oggi. Veicolo d’eccezione, il Cinema.
Giovanni Modica (modica@iperbole.bo.it) |