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Vincere
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Regia Marco Bellocchio
Con Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio
Genere:
drammatico
Durata: 128 min.
Origine e anno:
Italia, Francia 2009
Distribuzione: 01 Distribution
Nelle sale: 20 maggio 2009
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Fra le storiacce più infami in un curriculum del resto già abbastanza sporco, il film racconta della vicenda privata che vide protagonista Benito Mussolini agli albori della sua carriera politica. Si sa: socialista massimalista, ambiziosissimo, da direttore dell’Avanti, decisamente antimilitarista durante la guerra di Libia, passa armi e bagagli a sostenere l’inutile strage del ’15-’18, fondando – ben foraggiato dagli industriali francesi – Il Popolo d’Italia, e avviandosi a governare da dittatore il Paese per vent’anni. Ben prima dello storico voltafaccia, Ida Dalser, donna indipendente, forte, emancipata, si innamora di lui, i due presto hanno un figlio, Benito Albino e (secondo alcune fonti) si sposano. Mussolini, però, ripiega presto sulla ben più docile, casalinga, contadina Rachele, e la sposa. Ida, ridotta in povertà, dopo aver venduto tutto i suoi beni per aiutare il suo uomo, è ferita nel suo amore, e abbandonata assieme al figlio, ma non si rassegna. Vuole inchiodare l’uomo alle sue responsabilità. Immolata alla ragion di Stato, viene allora derubata della sua libertà e della sua dignità: manicomio, elettroshock, torture psicologiche e fisiche. È la Storia a raccontarci la fine tragica della vicenda, con la donna morta in manicomio nel 1937, e Benito Albino scomparso in circostanze analoghe solo cinque anni dopo. |



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Marco Bellocchio torna a visitare la storia patria con il suo personalissimo sguardo. Forte anche di un cast eccellente, a cominciare da Filippo Timi (nel doppio ruolo di Mussolini e, verso la fine, di Benito Albino) che ci offre una performance perfetta nei suoi eccessi, violenta, quasi espressionista: la grottesca maschera dolente di Benito Albino che fa il verso al padre rimane una prova di grandissima abilità mimica. Ne è contraltare Giovanna Mezzogiorno, intensa, fiera, dignitosa anche quando urla la sua disperazione.
Come sempre in Bellocchio, la verosimiglianza e la plausibilità non sono prioritarie: melodramma dal ritmo futurista – secondo la definizione dello stesso regista – Vincere è anche metafora delle perversioni del potere. La Storia è al servizio del cinema del regista piacentino, come in Buongiorno, notte, anche se qui in maniera meno sfacciata. Troviamo così dettagli stranianti come la folta chioma di Filippo Timi-Benito Mussolini, in realtà già ben avviato, ai tempi, sulla strada di una celebre calvizie; un matrimonio vissuto come in un sogno, e più in generale un taglio onirico sempre presente; l’improbabile grammelot sfoggiato dall’attrice trevigiana Michela Cescon in luogo del dialetto romagnolo di Rachele Guidi. Ma i numerosi spezzoni dei cinegiornali Luce, montati con grande maestria, quasi à la Dziga Vertov, da Francesca Calvelli, ci riportano impietosi a quella che è, nella sostanza, una storia vera. E Mussolini, che prima di divenire dittatore per un popolo intero, lo è per i suoi affetti più intimi, si disvela, fatalmente, per quello che è, e che la Dalser ha modo di rinfacciargli: «va’ là, Benito, che sei solo un piccolo borghese», in fondo buon rappresentante di quell’Italia arretrata e bigotta – «il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa», diceva Pasolini per bocca di un monumentale Orson Welles, nella Ricotta – e, soprattutto, di una classe dirigente naturaliter eversiva e criminale, che si stringe intorno al suo Duce e contribuisce a far dimenticare Ida e la sua vicenda tragica.
Tragica e ignobile, tenuta ben nascosta per decenni, venuta pienamente alla luce solo di recente. Ma, si obietterà, è una delle tante schifezze di un regime criminale, in fondo un caso singolo di persecuzione, a fronte di una tragedia collettiva di ben altra portata. Il fatto è, però, che il destino della povera Ida Dalser e di suo figlio – traditi, isolati, annichiliti, assassinati – si fa, nel film di Bellocchio, allegoria del destino di un intero Paese: tradito, isolato, annichilito. E infine assassinato da una guerra insensata e feroce. Di più. Senza timore di forzare troppo la mano, vogliamo prendere la stessa Ida Dalser a metafora dell’Italia, di ieri ma non solo: un Paese che, evidentemente, si innamora sempre degli uomini sbagliati, e arriva a rendersene conto quando è ormai troppo tardi. Povera Italia, vien da dire, che non trova di meglio che imbarcarsi in storie nefaste – sempre a farsela con ometti dotati di gran palle, vero?, e che esibiscono quei dubbi vessilli di mascolinità a ogni occasione. E son meschini, fedifraghi, e autocrati, e puttanieri. E per sommo sfregio, maledizione, pure barzellettieri.
Emiliano Ceredi (parolacinema@hotmail.com)
Questa recensione è uscita anche sul mensile "La parola", rivista organo dell'omonima associazione, pubblicata dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio. |
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