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Parnassus
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L'uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
Regia: Terry Gilliam
Con Johnny Depp, Heath Ledger, Jude Law, Christopher Plummer, Lily Cole, Tom Waits, Verne Troyer, Andrew Garfield, Richard Riddell, Mike Godfrey, Mark Benton, Colin Farrell, Simon Dayr
Durata: 122'
Origine e anno:
Francia, Canada 2009
Produzione: Davis-Films, Infinity Features Entertainment, Parnassus Productions
Distribuzione: Moviemax |
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L’Imaginarium del dottor Parnassus: uno spettacolo itinerante, da baraccone di quelli di una volta. Non proprio comune, a dire il vero, dato che in questa rappresentazione gli spettatori possono realizzare i propri sogni, attraversando lo specchio in scena. Ma per il resto ci siamo: le fiere di periferia, le quinte dipinte, il nano tuttofare, il giovane attore coraggioso e romantico, Valentina la donzella indifesa, figlia di Parnassus il vecchio capocomico burbero e ieratico. Ma vecchio davvero, vecchio come il mondo, o come il Diavolo: proprio a un misterioso diabolico elegante “Mr. Nick”, con tanto di bombetta e baffetti, Parnassus deve il dono o la maledizione dell’immortalità, in cambio della quale ha promesso di concedere al Maligno la figlia, al compimento del sedicesimo anno di età. Solo che, come è noto, il Diavolo non sa resistere alla tentazione delle scommesse, e così si giocherà la ragazza, proprio alla vigilia del fatidico compleanno, se Parnassus riuscirà a trovare cinque anime conquistandole al suo spettacolo, al suo specchio, al suo mondo. Il vecchio si farà aiutare da Tony, un misterioso personaggio trovato impiccato, ma ancora vivo, sotto a un ponte di Londra (forse il Black Friars Bridge… ci ricorda qualcosa?), e salvato da Valentina. Un vero, talentuoso animale da palcoscenico, Tony: un istrione nato, che però nasconde un segreto... |



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Terry Gilliam, ormai maturo regista americano, nato artisticamente nella combriccola british dei gloriosi Monty Python, aggiunge un pezzo alla sua discontinua e genialoide produzione di sogni. Che si divertisse senza freni in folli commedie come Brian di Nazareth o Il senso della vita, o che sciogliesse la briglie come in Brazil, o che flirtasse con Hollywood e foschi scenari fantascientifici come nell’Esercito delle 12 scimmie, oppure ancora che rileggesse alla sua maniera classici come Il Barone di Münchausen, Gilliam ha sempre prediletto uno sguardo surrealista, onirico, sempre con scarsissima propensione al compromesso.
Anche in Parnassus abbiamo una sceneggiatura davvero incasinata. Non si percepisce nemmeno per un attimo il timore del “troppo”, vige anzi un’ipertrofia sfrontata e disinibita. Barocco, eccessivo, inconcludente/sconclusionato, ma pieno di grazia, quasi innocente come un delirio infantile, il film non ha paura neanche di gettarsi nella mischia di temi impegnativi come quello del doppio (e, si vedrà, triplo e quadruplo, come Tony) e riferimenti letterari come il mito di Faust e il Lewis Carroll di Attraverso lo specchio.
Al di là di tutto ciò, e delle straordinarie scenografie, con colori sognanti che impressionano la retina e la fantasia dello spettatore come una pellicola (grazie anche a una fotografia magistrale, opera di Nicola Pecorini), Parnassus rimarrà nella memoria di molti come l’ultima interpretazione di Heath Ledger, scomparso mentre la lavorazione del film era ancora in corso. La luttuosa vicenda aggiunge un ulteriore capitolo alla lunga sequela di sfighe, anche se per fortuna non tutte così tragiche, che hanno costellato il cammino artistico del vulcanico regista. Fino al punto da ispirare addirittura un documentario, Lost in La Mancha, sulle traversie produttive del Don Quijote che Gilliam, sconfitto dalla maledizione che colpì anche Orson Welles, finì per non realizzare.
Ledger, giustamente celebratissimo e compianto attore dalle capacità straorinarie – meglio qui che nei panni del Joker nell’ultimo Batman, peraltro – è stato rimpiazzato da altri tre attori nelle sequenze che non aveva ancora girato: Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell. Certo, un intelligente escamotage per finire il film nella maniera migliore, senza il ricorso a riesumazioni digitali di pessimo gusto; ma anche elemento di grande interesse dal punto di vista del risultato. Che è, ovviamente, quello di un continuo spiazzamento, che aggiunge incertezze e dubbi durante la visione, e trasporta lo spettatore in un viaggio nell’assurdo, un vortice infinito di sogni. Anche gli altri attori, poi, non “si” somigliano mai, a cominciare da Christopher Plummer-Parnassus, irriconoscibile nascosto da una folta barba, ma pure Tom Waits (strepitoso nei panni di Mr. Nick) è sfuggente, con baffetti che sembrano disegnati. E gli occhioni della debuttante e bella Lily Cole (Valentina) incantano: come lo specchio, motore centrale del film, che è più che altro una fessura, o uno iato, una membrana spalancata su un’altra dimensione, o su altri infiniti mondi possibili, modellati sull’immaginario di coloro che hanno la ventura di entrarci. Il tendone di un cinema, forse? Forse sì, a dimostrare che la macchina prodigiosa inventata dai Lumière – ma qui viene più in mente Georges Méliès – è ancora ben viva, anche se (o proprio perché?) semina soprattutto dubbi, e ha ben poche sicurezze da offrire. E dimostra che se la realtà è intrisa di menzogne e ipocrisie, e di periferie anonime e degradate, con la grande città, non meno disperata, sullo sfondo, la fantasia è la più solida concreta certezza umana, e fa girare il mondo, e dimostra che tutto, in realtà, può accadere, e che niente è scritto.
Emiliano Ceredi (parolacinema@hotmail.com)
Questa recensione è uscita anche sul mensile "La parola", rivista organo dell'omonima associazione, pubblicata dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio. |
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